Una nuova uscita di Eleonora Pantò per la rubrica Appunti Selvaggi
A cavallo di Ferragosto, Apple ha lanciato una campagna pubblicitaria sostenuta anche da partner di telecomunicazioni – in Italia TIM – in cui un bimbo o bimba tiene tra le mani sporche di pappa, l’ultimo modello di Iphone accompagnato dallo slogan “Tutto ok, è Iphone”. Il messaggio della campagna era ambiguo e ha generato perplessità e proteste con segnalazioni all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, per cui la pubblicità è stata rimossa. Per fortuna non c’è voluto molto perché online comparissero molti meme del cartellone, dove il telefono è sostituito da pennelli, libri, pennarelli e perché no, fango! Qui il reel Instagram prodotto dall’account Educatori di Strada di Piacenza.
Gli italiani sono differenti
Il caso è scoppiato solo in Italia e ma tra i pubblicitari è già un caso di studio: alcuni hanno commentato che quando si fanno campagne globali, bisogna essere più attenti alle sensibilità locali e a come i messaggi possono essere fraintesi. Eppure la ricerca internazionale è unanime e l’OMS sconsiglia l’uso degli schermi per i bambini sotto i 5 anni. Allora mi domando, passi il pubblicitario della mozzarella o delle vongole che fa scivoloni imbarazzanti, ma qui parliamo di un colosso mondiale, possibile che nessuno abbia sollevato qualche dubbio in merito? E se il messaggio subliminale andasse oltre il fatto che l’Iphone è indistruttibile?

A che servono i social?
L’inchiesta di Jeff Horwitz, giornalista investigativo del Wall Street Journal ha dimostrato che le piattaforme “social” hanno obiettivi decisamente antisociali, come creare polarizzazione, dipendenza e solitudine. La storia è descritta dal film “The Social – Il prezzo della verità” ma ad oggi nessun intervento normativo è riuscito a proteggere gli utenti delle piattaforme da questi effetti malevoli.
L’ultimo tentativo è stato risale al 18 agosto quando in California è partito il processo contro Meta, intentato da 4 Stati americani che chiedevano un risarcimento stellare di 1400 miliardi, ma più realisticamente attestato sui 200 miliardi, che poteva segnare la fine dell’azienda. La causa partiva dalle evidenze prodotte, documenti interni che dimostrano la consapevolezza dei danni provocati al cervello degli adolescenti dai meccanismi utilizzati dalle piattaforme. Il processo è stato paragonato alla causa contro il tabacco: anche in quel caso era stato dimostrato che le aziende sapevano dei danni provocati dal fumo. Il processo prevedeva sei settimane di audizioni ma sono bastati otto giorni a Meta per patteggiare, pagando un risarcimento di circa 17 miliardi, di cui il 70% sarà pagato a rate in dieci anni (con impatto risibile sul bilancio) e il restante 30% – circa 5,3 miliardi Meta intende pagarli solo se anche YouTube e Tiktok accetteranno le stesse condizioni.
La proposta europea per la protezione dei minori online
C’è una forte richiesta di vietare i social ai minori da parte dei genitori in tutto il mondo.
Dall’indagine di Eurobarometer di giugno 2026 che ha intervistato più di 25mila persone nei 27 Paesi membri, emerge che una larga maggioranza di cittadini europei richiede una maggiore protezione dei minori sui social: gli intervistati esprimono forti preoccupazioni per cyberbullismo, sfruttamento sessuale, radicalizzazione, dipendenza, reclutamento per attività illegali. Secondo questa rilevazione il 63% chiede di introdurre norme che limitino l’accesso dei minori ai social media, in base all’età prevedendo un divieto assoluto al di sotto di una certa soglia (36%) oppure un accesso posticipato (27%)[1].
La Commissione Europea ha presentato a settembre l’EU Kids Act, una proposta di legge che dovrebbe rendere Internet un luogo più sicuro per i minori. La proposta prevede tre fasce di età per l’accesso ai social network:
- sotto i 13 anni nessun account personale per accedere alle piattaforme social, accesso attraverso un account del genitore o tutore;
- tra i 13 e 15 anni mini account gestito da genitori o tutori con limite massimo di uso quotidiano di un’ora
- dopo i 15 anni possibilità di avere un proprio account.
La proposta richiede alle piattaforme di modificare alcune funzionalità, adottando il principio del safety by design per:
- scoraggiare l’uso eccessivo, limitando lo scorrimento infinito, sistemi di ricompensa, notifiche notturne
- vietare contatti non richiesti di estranei
- garantire che i profili siano privati
- bloccare o silenziare altri utenti in modo più facile.
L’EU Kids Act prende in esame anche piattaforme gioco e di AI companions che sono vietate ai minori.
Ci sono state varie reazioni sull’efficacia di questa proposta: Matteo Flora[2], docente universitario e imprenditore, la definisce tecnosoluzionista e critica l’impianto basato sulla verifica dell’età, perché funziona solo se estesa a tutti gli utenti: non è possibile determinare se qualcuno è minore se non controllando tutti. Un rischio per la privacy già evidenziato dal dibattito sulla proposta Chatcontrol. Secondo Flora non esistono ancora soluzioni adeguate alla verifica dell’età che utilizzino il meccanismo Zero Knowledge Proof, cioè che evitino di collegare la verifica dell’età all’identità personali: il rischio di una una schedatura massiva è forte, oltre a quello di accessi illeciti. Giovanna Mascheroni[3], docente universitaria e vicepresidente della rete europea Eu Kids online, ritiene che la proposta possa armonizzare iniziative a livello europeo, limitando quindi la frammentazione di iniziative nazionali e il superamento del divieto di social, facendo tesoro dell’insuccesso dell’esperienza australiana, dove l’80% maggior parte degli adolescenti ha aggirato il divieto di accesso ai social.
Il MOIGE e la fondazione Patti Digitali, ritengono il limite di 13 anni troppo basso e i tempi di attuazione delle leggi troppo lunghi per arginare il problema.
E’ possibile esprimere il proprio parere sull’EU KIDS ACT fino al 3 dicembre 2026 sull’apposita pagina, ad oggi 21 ottobre, sono già più di 2500 i commenti e sono una lettura molto interessante: in molti vedono il rischio di una riduzione della libertà, altri si offrono per fornire un software di parental control europeo e opensource (ad oggi ci sono quelli di Apple e Google); altri pareri sono molto strutturati come questo di Ivana Bartoletti che vede tra le numerose criticità, rischi per i minori LGBT+ e le ragazze.
Da che parte sta la responsabilità
In Australia, il divieto di social per gli under 15 è attivo da gennaio 2026 e al momento è un sostanziale fallimento[4]: i ragazzi mentono sull’età o accedono con VPN e le piattaforme non hanno interesse a rendere i controlli efficaci. Amnesty International auspica che la proposta europea sia una misura temporanea perché limita la libertà di espressione dei giovani e che sarebbe necessario invece una riprogettazione di questi servizi, posizione condivisa anche Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani[5].
Ribaltare l’onere della sicurezza sui fornitori dei servizi online, comporta un impatto diretto sui loro interessi commerciali e sul loro modello di business, che si basa sul trattenere le persone più a lungo possibile sulle loro piattaforme, per raccogliere informazioni da rivendere o per manipolare opinioni. Meta ha comprato il diritto di compiere azioni potenzialmente nocive verso i suoi utenti minorenni. Inoltre, le piattaforme, approfittando della protezione politica negli Stati Uniti, hanno ridotto o rimosso i sistemi di monitoraggio e di intervento per la protezione degli utenti. Un po’ come se mettessero in vendita un’automobile senza cintura di sicurezza e airbag e quello fosse considerato dagli adolescenti l’unico modo per andare a trovare gli amici, credete che rinuncerebbero? Per questo il rapporto tra minori ed ecosistema digitale è la nostra scommessa sul futuro.
Eleonora Pantò, 23 ottobre 2026
[1] E’ interessante leggere la domanda e le risposte possibili , mi pare che avessero un obiettivo chiaro. Qui la fonte https://europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3677
D12 Il Digital Services Act (DSA) impone alle piattaforme online di proteggere meglio i minori da rischi quali, ad esempio, il cyberbullismo, il adescamento online (grooming), l’esposizione a materiale violento o estremista, il design che crea dipendenza o i cosiddetti “percorsi a spirale” (rabbit holes). Al fine di rafforzare ulteriormente la tutela dei minori online, quale delle seguenti azioni dovrebbe intraprendere, a tuo avviso, l’UE?
- Adottare norme a livello UE che vietino ai fornitori di social media di offrire i propri servizi ai minori al di sotto di una certa età (36%)
- Adottare norme a livello UE che obblighino i fornitori di social media a posticipare l’accesso a determinati social media non sicuri per i minori al di sotto di una certa età (27%)
- Potenziare le risorse destinate alle forze dell’ordine 15%
- Lasciare che siano i genitori e le scuole a gestire la sicurezza online dei minori, senza ulteriori misure a livello UE 13%
- Non sono necessarie ulteriori azioni 4%
- Non so 5%
[2] Per approfondire un utile riassunto a cura di Matteo Flora https://www.youtube.com/watch?v=Ki0t6SV6zv4
[3] Podcast Radio Scienza https://www.raiplaysound.it/audio/2026/09/Radio3-Scienza-del-28092026-78e6e446-1533-459d-a4ae-49a755299852.html (è necessaria la registrazione!)
[4]https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/07/10/news/australia_non_funziona_il_divieto_social_agli_under_16_scoperta_una_falla_nel_sistema_di_controllo-425463338/
[5] https://www.nytimes.com/2026/08/28/technology/social-media-bans-meta.html
