Un nuovo articolo di Eleonora Pantò per la rubrica Appunti Selvaggi: alla scoperta del vibe coding in biblioteca
In queste ultime settimane mi sembra che tutti parlino di vibe coding, che è la possibilità di creare applicazioni funzionanti anche senza essere programmatori professionisti. Un’opportunità prontamente colta anche da bibliotecari che probabilmente conoscete: le applicazioni sono Sfida Dewey a cura di Francesco Mazzetta e Lettore gemello a cura di Franco Perini.
Entrambi gli autori hanno dichiarato di aver creato le applicazioni con l’aiuto dell’IA. Sfida Dewey “è un videogioco per sfidare il giocatore o la giocatrice a posizionare in sequenza corretta i libri in base al loro numero di Classificazione Decimale Dewey”: Mazzetta ne ipotizza l’uso a scopi formativi oppure per scremare i partecipanti ad una selezione per bibliotecari.
Lettore Gemello è un app per scoprire affinità di lettura partendo dalle persone ed usa un algoritmo “user-oriented”: “trovo utenti simili a te, poi ti consiglio ciò che è piaciuto a loro”. Seguendo questo approccio è possibile produrre, oltre alla lista di consigli di lettura, anche una lista di “lettori affini” con i quali scambiare dei messaggi.”
Non sono riuscita ad usare, per mia incompetenza il gioco Sfida Dewey mentre ho trovato nel Lettore Gemello un approccio divertente, che mi ha fatto ritornare ai tempi del primo Anobii, dove il meccanismo social dell’amicizia scattava dalla passione comune per uno stesso titolo.
Cos’è il vibe coding
Il termine “vibecoding” è stato coniato a marzo 2025 da Andrej Karpathy, un esperto di IA, co fondatore di Open AI, poi passato a Tesla e ora in Anthropic. Leggiamo su un articolo NY Times che Karpathy dichiarava “It’s not really coding, I just see stuff, say stuff, run stuff, and copy paste stuff, and it mostly works.” (Non si tratta proprio di programmare: mi limito a vedere delle cose, dire delle cose, eseguire delle cose e copiare e incollare delle cose, e per lo più funziona).
Oggi il vibecoding alimenta un mercato che vale 4,7 miliardi di dollari, con il 63% degli utenti che non sono sviluppatori.
Partiamo dal “vibe”: le “good vibes” sono le buone vibrazioni, quelle che evocano sensazioni positive, qualcosa che si collega ad una felicità immediatamente percepita, qualcosa che ci fa star bene subito senza troppe complicazioni. Ecco quindi il “vibe coding” è una programmazione “intuitiva”, che non richiede troppo sforzo per raggiungere il risultato, grazie all’aiuto degli instancabili bot messi a disposizione delle piattaforme di LLM, come Claude, Open AI, Gemini. L’utente deve esprimere i propri desiderata in linguaggio semplice e l’IA lo traduce in righe di codice. Come nella preesistente logica dei framework agile, si tratta di creare velocemente dei prototipi, che si perfezionano in iterazioni successive per correggere eventuali errori.
Con una descrizione testuale accurata è possibile creare un sito, una presentazione, un app o un gioco. Non bisogna compiere l’errore di pensare che il sito web o la nostra app, funzioneranno al primo tentativo, il workflow in sintesi è questo:
- Descrizione del prodotto
- Generazione del Codice
- Test
- Affina (ripeti fino che ti soddisfa)
- Rilascio. La fase più delicata, ca va sans dire, è la descrizione, dove conta davvero la preparazione e la creatività.
Sulla base del nostro input, l’IA scompone l’attività in sotto fasi, descrive cosa sta facendo, magari suggerisce migliorie a cui non avevamo pensato e in qualche minuto, la magia è fatta. Esistono molte piattaforme disponibili pensate per persone con competenze diverse e usi diversi: le più famose sono Cursor, Replit – che nel piano gratuito fornisce un numero di crediti limitati giornalmente per fare alcune prove, ad esempio creare video, animazione e slide e permette di pubblicare 1 progetto con accesso privato (password), Bolt particolarmente adatto alla prototipazione, Gemini adatto a chi è legato a Google Workspace e infine Claude, con Codex e Coworker è il più potente e flessibile. Esiste poi la possibilità di usare Ollama un sistema open source installabile sul proprio computer, adatto a scopi didattici e formativi.
Il vibe coding ha aperto le porte alla creatività: sul gruppo Facebook OpenMinds for AI che ha raggiunto il ragguardevole numero di 23 mila iscritti, grazie all’ospitalità e competenza di Paolo Dalprato, se cercate il tag #aisenzavergogna leggerete di app create per superare difficoltà cognitive, per anziani e bambini, di aiuto per ripassi e compiti per le vacanze, cortometraggi, canzoni, oltre che per attività lavorative.
Per Marco Guastavigna su Stultifera Navis, l’interesse per il vibe coding non sta tanto nella produzione industriale del software ma nella possibilità di creare prototipi, che permettono di rendere visibili delle ipotesi. Non è più necessario passare dall’astrazione di un processo generalizzato, ma si parte dalle necessità, attuando il “concetto di razionalizzazione democratica della tecnologia sviluppato da Feenberg (1999), secondo cui le decisioni tecniche possono essere aperte alla partecipazione degli attori sociali coinvolti.” Questa modalità di realizzare oggetti software, richiede un cambiamento nella formazione, che non dovrebbe essere focalizzata sull’uso di piattaforme tecnologiche, quanto sulla capacità di “modellizzare problemi operativi in termini tecnici” e di “processi collettivi di negoziazione delle funzionalità”.
Leggendo l’ultimo numero di Bricks, la rivista di AICA e SiE-l per la didattica, su Intelligenza Artificiale, coding e creatività, ho ritrovato nel lavoro di alcuni insegnanti, la capacità di fornire ai loro studenti queste nuove competenze. Nell’editoriale di Matteo Uggeri troverete una panoramica sui contenuti del numero: Maddalena Conte ed Emilia Sera presentano di un’esperienza declinabile a partire dalla scuola dell’infanzia“Per i più piccoli, l’algoritmo non è stato un concetto da comprendere, ma un’esperienza da abitare con il corpo. Il punto di partenza è stato lo stesso per tutti: le tavole di Hirayama, osservate insieme, scomposte, interrogate.” Al punto che “il corpo diventa computer. La sequenza dei gesti è il programma.” ; Licia Landi scrive di una simulazione dinamica dell’eco sistema dei promessi sposi; Lidia Iacolare presenta il lavoro di creazione di una mostra digitale sugli spazi artistici della dinastia Tudor; Claudia Caretta analizza come “il passaggio dal coding tradizionale al vibe coding non segna la fine del rigore logico, bensì la sua evoluzione in una forma più accessibile ed immediata.”.
Vibecoding come catena di montaggio 2.0?
Cory Doctorow, attivista digitale e teorico dell’enshittification, è favorevole a tecnologie come “Hypercard, Scratch e altri meta-strumenti [che] sono progettati per consentire a chi non è programmatore di scrivere software che si adatti perfettamente alle proprie esigenze. Qualunque sia la mancanza di sofisticazione ed efficienza delle applicazioni prodotte con questi strumenti, essa viene ampiamente compensata dal fatto che offre alle persone comuni il potere di controllare direttamente gli strumenti che utilizzano agli utenti di crearsi le proprie applicazioni” come appunto è il vibe coding usato a livello personale. Diverso è pensare di usare il vibe coding per produrre software industriale che deve funzionare ed essere manutebile: per Doctorow i grandi risparmi e aumenti di produttività promessi alle aziende che licenziano programmatori esperti, servono a giustificare gli enormi investimenti richiesti dall’IA.
Marco Calamari, nella sua newsletter Cassandra, definisce il vibecoding come “catena di montaggio 2.0” e si focalizza sul diabolico processo in cui il codice prodotto da un LLM viene testato non su reali casi d’uso, ma derivati dall’LLM stesso. L’articolo evidenzia che il software è sempre stato venduto con esenzione di responsabilità e che l’uso di LLM, aumenta lo spazio in “cui non si sa chi ha fatto cosa, e che cosa chi ha fatto cosa avrebbe dovuto fare”. Spingendo oltre la riflessioni, vista la collaborazione tra militari e tecnologi, non è strano ipotizzare che il codice prodotto dall’LLM, possa rappresentare una nuova arma cibernetica grazie a bug nascosti inseriti ad arte.
Del resto la creazione del Distaccamento 201 da parte del governo USA è nata per consentire ai leader tecnologici di alto livello di aiutare l’esercito a innovare, prestando servizio come consulenti: i primi quattro consulenti di alto livello sono stati arruolati a giugno 2025 e altri tre hanno rafforzato il distaccamento questo mese. Sono manager di alto livello di OpenAI, Palantir, Meta, Cloudflare. Il blocco di Fable5 di Antropic per ragioni di sicurezza nazionale va inscritto in questo scenario.
Svoltare grazie al vibecoding?
C’è un grande business legato al vibecoding, che assomiglia un po’ al marketing multilivello come quello dei kit per i beveroni dimagranti ma ancora più pericolosi. Secondo la visione di Matthew Hughes, giornalista inglese, su Tiktok gira molta pubblicità che invita a sviluppare la propria app con il vibecoding per crearsi un reddito e superare questo momento di precarietà: le aziende usano belle ragazze pagate per girare falsi reel in cui raccontano di guadagnare 10k al mese grazie alle app. Questo modello di marketing multilivello è ancora più pericoloso del beverone dietetico, perché in quel caso i costi da sostenere per avviare l’attività sono certi, mentre un’app pubblicata può creare dei costi imprevedibili quando finiscono i crediti gratuiti. Eppure è cosa nota che lanciare un’app e farla diventare redditizia è molto difficile, anche si hanno ottime competenze e capitali a disposizione: “Per la stragrande maggioranza delle persone, le probabilità di diventare un imprenditore di successo sono pari a quelle di diventare un calciatore professionista.”
Vibe coding e ritorno
Si tratta di un mondo che va molto veloce e quanto scritto ora potrebbe essere superato in pochi mesi. Lo stesso Karphaty che ha coniato il termine “vibecoding” a febbraio 25, un anno dopo ha dichiarato che non ha più senso usare gli LLM per creare app, perché nel frattempo i modelli sono migliorati e sono diventati organizzatori agentici, anche grazie all’uso di plugin: in questo post di Creatività Aumentata, Luca Cazzaniga ne parla diffusamente e invita a farsi qualche domanda di opportunità prima di partire con la creazione di un’app usando il vibecoding.
Risorse
Per orientarsi in questo affollato mondo del vibecoding, consiglio la lettura del manuale scritto da Paolo Dalprato, una guida metodologica che come scrive lui contiene “meno vibe, più analisi”.
Volendo cimentarsi con un’installazione locale, questa è la guida di Marco Guastavigna “App dinamiche in locale”
Buon divertimento con il vibecoding/prompt perché come dice la prof Carretta sul già citato Bricks “ogni volta che si riesce a schematizzare e risolvere un problema attraverso il coding, si sperimenta un forte senso di soddisfazione ed un immediato aumento dell’autostima”.
Eleonora Pantò, 24 giugno 2026
